Come giornalista professionista, non seguo abitualmente il Bologna (come tifoso invece sì, eccome). Solo su certi momenti topici e in certi appuntamenti decisivi intervengo di persona. Esempio: Bologna – Pescara per la promozione in A nel 2015, che come importanza per me sta alla pari dello spareggio del 1964 per lo scudetto e delle vittorie della Coppa Italia; e altri più recenti, come le feste di piazza per la Champions o le trasferte estere.  E allora, che cosa mi ha spinto oggi ad andare alla presentazione di Domenico Tedesco, il nuovo allenatore del Bologna 2026-27? Non volevo mancare, nella sala stampa dello Stadio Dall’Ara. E chissà che non abbia avuto il presentimento giusto: che quello del giovane allenatore italiano-tedesco o tedesco-italiano (le battute si sprecheranno) segni l’inizio di un nuovo ciclo importante per il Bologna. Non a caso, in città, di questa scelta della società siamo tutti molto carichi. Si vede. Si sente. Io, poi, che sono particolarmente attento a certi aspetti non strettamente tecnici, ma soprattutto umani e di costume, volete che non sia entusiasta nell’avere al comando della mia squadra del cuore un giovane (40 anni), colto, preparato, plurilingue, che arriva secondo in Bundesliga con lo Schalke 04, squadra seguita dalla tifoseria più massiccia di Germania (80.000 spettatori ogni partita e un fortissimo spirito identitario)? Uno che porta il Lipsia a vincere il primo trofeo della sua storia? Uno che allena per anni (sebbene con disavventura finale senza troppa colpa) la Nazionale del Belgio? Uno che i tifosi di un altro grande club, il Fenerbahce – 30 milioni di fans – rimpiangono da subito nonostante l’esonero (arrivato per una sola sconfitta con il Galatasaray)? Dai, una figura di livello, molto intrigante e suggestiva. Perfetta per suggellare uno status del BFC che abbiamo sognato per decenni e che ora è realtà nonostante i risultati non trionfali dell’ultima stagione. Uno status internazionale.

Per lui quella del Bologna – ha detto – è stata “una scelta proattiva”, quasi un passaggio naturale, frutto anche di quello che ha descritto come un confronto “onesto” con la società. Nell’agenda del direttore Sartori (a proposito: oggi, un vero signore, l’unico che nell’andarsene ha salutato tutti, compreso l’ultimo cameriere del catering) il nome di Tedesco, non a caso, era ben custodito da due anni…

Tutti, sia i presenti dal vivo, che quelli sui social durante la giornata, si sono poi sbizzarriti nel dare un parere sull’impatto della prima presenza di Domenico davanti ai microfoni bolognesi. Il sentiment è stato decisamente positivo. Personalmente, mi ha fatto l’impressione di una persona sul pezzo, quadrata, un po’.. tedesca, anche  pacata, quasi low profile. Per nulla spaccone. “Per me Bologna è una grande città, un grande club, con una grande storia”, ha detto. “Divertiamoci”. Al di là dei moduli (comunque difesa a 4). E non sembravano frasi di circostanza. Nonostante il nuovo mister non abbia ancora ufficialmente uno staff fisso, ha parlato quasi sempre con il ‘noi’. E ha sottolineato l’importanza per i giocatori stranieri che sono in squadra e quelli che arriveranno di comunicare in italiano, lui che conosce molte lingue…  Il collega Nando Pellerano mi ha aveva poi preceduto in una domanda che avrei voluto fargli. E cioè sulla percezione che Tedesco ha di Bologna, e su come vorrebbe vivere questa città: lo vedremo in centro, cercando di calarsi nella nostra realtà. Speriamo, noi bolognesi, di non diventare troppo brontoloni e ‘piaghe’ con lui quando arriveranno (si spera mai) eventuali risultati negativi…